Nato da famiglia dell’alta borghesia monferrina, orfano di madre e inviso al padre, è mandato a studiare medicina a Torino. Nel 1760, lascia la capitale piemontese per Milano dove trova lavoro come scrivano nel reggimento Clerici dell’esercito Asburgico, comprando però il congedo dopo pochi mesi. Trascorre i due anni successivi viaggiando, tra Praga, Ratisbona e Strasburgo. Conduce una vita piuttosto vivace e libertina, ma si crea una buona disponibilità di denaro. Viaggia anche per l’Italia e con il tempo decide in entrare nell’Ordine Domenicano, rimanendo a Ferrara per cinque anni a studiare teologia. Nel 1769 è inviato in missione apostolica a Mossul, nell’attuale Iraq, dove è a capo dell’Ordine domenicano ed esercita la professione medica, ottenendo  la protezione del Pascià.
Un giorno però si trova a curare senza successo un turco, caro al Pascà. La sua morte gli costa cinquanta colpi di bastone sulla pianta dei piedi e l’esilio. Al suo ritorno, i confratelli lo accusano di condotta immorale e di irregolarità nella gestione della missione. Torna Ferrara per un certo periodo fino a quando nel 1772, senza aver chiesto alcuna autorizzazione ai superiori, riparte per l’Oriente. Si ferma ad Urfa, al confine sud-orientale della Turchia, dove riprende la sua attività di medico al servizio del Pascià locale, diventandone poi segretario e tesoriere. Ottiene anche autorità amministrativa sulle chiese cristiane, eletto vescovo dalla comunità di cristiani giacobiti della città.
Quando nel 1775 il Pascià di Urfa è deposto, Boetti si reca ad Istanbul, dove rimane per due anni, sotto la protezione del console francese, del vescovo latino e degli stessi domenicani, praticando la sua professione. Il turco ed il persiano sono lingue a lui ormai note. Assetato di viaggi e conoscenza, si reca in Georgia, Persia e Siria. Nel 1778 è sorpreso, travestito da armeno, mentre copia su un taccuino il piano delle fortificazioni di Damasco, accusato di spionaggio per conto dei Russi, arrestato e ricondotto a Istanbul. Si tratta di un episodio mai del tutto chiarito della sua biografia. Ottiene e nuovamente la libertà grazie ad un intervento diretto di Vittorio Amedeo III di Savoia e dietro il pagamento di una sostanziosa cauzione. Decide di rientrare in Italia, trascorrendo un breve periodo a Napoli. Si reca poi a Vienna ed ottiene il perdono dal Superiore generale del suo Ordine. Inizia un periodo di tranquillità che lo vede dal 1781, nel convento di Trino Vercellese, dove si ferma per più di un anno.
Non riesce tuttavia ad aver pace e parte per Berlino, poi va in Polonia e a Mosca. Quindi in Persia, in Georgia e in Crimea. All’inizio del 1784 è tornato ad Istanbul, da dove invia grandi quantità di armi verso il Kurdistan iracheno. I suoi traffici catturano l’attenzione della comunità diplomatica occidentale residente nel Levante. Alla fine dell’anno, lascia la città sul Bosforo con la carovana di un mercante persiano, raggiunge il Kurdistan iracheno, dove si ferma in un piccolo villaggio sempre nei pressi di Amadiya.
E qui avviene qualcosa di incredibile, che lo farà passare alla storia. Dopo per novantasei giorni, in casa, assorto, secondo la leggenda, in profonde meditazioni e preghiere, proclama la nascita di una nuova religione, frutto di sincretismo tra Cristianesimo e Islam: desidera ripristinare il culto di un Dio unico, da adorare “nei cuori e con i cuori”;  Cristo è un profeta, il Paradiso è assenza eterna del male, l’Inferno una ”dannazione temporanea”. Proclama una serie di norme morali, precise e originali: “non costituiscono peccato la fornicazione e l’incesto, purché la donna sia consenziente, e il suicidio in certe occasioni”. Tale personale teologia è arricchita da un programma sociale semplice: “i codardi, i poltroni, gli avari devono essere privati delle ricchezze e mandati a lavorare nei campi”. I primi seguaci sono reclutati ad Amadiya tra i cristiani giacobiti e lo stesso Khan della città si fa propagatore del messaggio di Boetti che ora si fa chiamare “profeta Mansūr” (Il Vittorioso [per opera di Dio]) e raccoglie attorno a sé un piccolo esercito. La sua predicazione e le leggende fiorite riguardo alle sue presunte capacità soprannaturali, esaltano il mito della sua invincibilità.
In Turchia riscuote notevole favore e molti si uniscono al suo esercito, stanchi del dominio ottomano  unitamente a soggetti assai discutibili. Il suo entusiasmo trova proseliti, sfruttando il desiderio di libertà di queste popolazioni. Predica le gazavat, nell’accezione turca di jihad bellico. Dopo aver assoggettato a tributo la città di Erzurum a ridosso del confine armeno, Boetti marcia contro la Georgia, territorio posto sotto la protezione dell’Impero russo, con un esercito di soli 8000 uomini esaltati dal nuovo credo e inquadrati con feroce disciplina. Boetti riesce a vincere il re di Georgia, Eraclio II, causandogli enormi perdite e conquistando il paese.
Prende il nome di Sheik Oghan Oolò.e con 30.000 uomini, il condottiero piemontese minaccia di marciare su Istanbul contro il sultano ottomano Selim III e si ferma solo in cambio di circa 500.000 Attacca invece i Russi, giunti in soccorso del re georgiano, loro alleato e sottomette Bitlis in Turchia, e Gori in Georgia.
Le sue imprese fanno il giro delle corti europee, disegnando una figura che diventerà leggendaria, alimentandone il mito. Si dice che sia un inviato del “Gran Lama” tibetano, oppure un bramino apostata, un granatiere piemontese,  rinnegato proveniente da Algeri, oppure un domenicano inviato in missione in Persia.  Nel frattempo nel Causaso, si organizzano piccoli gruppi armati, con capi che si danno l’appellativo di Mansur, confondendo gli osservatori russi, facendo crescere la fama di un capo onnipresente e imprendibile.
Alla fine del 1786, scoppia la guerra tra Russia e Turchia e la fortuna smette di sorridere al Boetti, le cui sconfitte da parte dei russi lo costringono a rifugiarsi tra i monti del Caucaso con la parte dell’esercito rimasta. Qui fa un’incessante guerriglia nel territorio della odierna Cecenia, dando modo a qualcuno d’identificarlo con Shaykh Mansur Ushurma. Dopo il trattato di Iassy del 1792, tra Russi e Turchi, Boetti occupa ancora Anapa sulle coste del Mar Nero, con il sogno di creare un regno. Definitivamente sconfitto e catturato dalle truppe del generale russo Gudowitz, è portato a Pietroburgo,  al cospetto dell’imperatrice. La grande sovrana, forse in ricordo degli antichi servigi, gli risparmia la vita e lo fa imprigionato nel monastero–fortezza di Soloveck sul Mar Bianco, poco distante dal circolo polare artico.
L’ultima sua notizia è una lettera scritta alla famiglia, poco prima della morte, nel settembre del 1798: chiede “perdono ai genitori, ai fratelli, alle sorelle dei dispiaceri che loro aveva procurato e si raccomandava caldamente alle loro preghiere, in quanto prossimo alla morte”.
Chi sia stato davvero Giambattista Boetti è arduo dire. Secondo gli storici Alexandre Bennigsen, T. Kutlu e Alberto Zuliani, fu una sorta di agente segreto, avventuriero prima al soldo dei Russi e poi passato a quello dei Turchi, mentre la storica italiana Serena Vitale sostiene invece che agirono in quegli anni, ben tre Sheik Mansur e che Boetti sia stato uno dei tre, una sorta di consigliere militare che probabilmente aveva i rapporti con Istanbul.Nel 1991, quando la Cecenia proclamò la sua indipendenza, piazza Lenin, nel centro della capitale Groznyj, divenne «piazza Al Mansur» perché l’eroe nazionale era Shaykh Mansur Ushurma, personaggio che molti fanno coincidere con lo stesso Boetti). Per il nazionalismo ceceno e la sua storiografia, Giambattista Boetti non è mai esistito, non potendo e non volendo elevarlo ad eroe nazionale, con la sua ambiguità di possibile spia ed il suo carattere di avventuriero.

BIBLIOGRAFIA
Picco F., Il Profeta Mansur. G.B. Boetti, 1915
Vitale S., L’imbroglio del turbante, Milano, 2007