Si dice ‘il’ Barbera o ‘la’ Barbera?

Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: si dice “la” Barbera. Al femminile, perché “la” Barbera è femmina. Lo sappiamo, in italiano tutti i vini andrebbero declinati al maschile, ma il linguaggio colloquiale, perfino dialettale, è quello che meglio si addice a parlare di quello che è “il” vino dei monferrini per eccellenza.

Non è una caso se un tempo, nelle piole si cantava “… e la Barbera an pò veiota, fa stè alegher/fa stà en piota, fa pasà/tuti i sagrin…” [e la Barbera un po’ vecchiotta – ovvero invecchiata – fa stare allegri, fa stare in forma, fa passare tutte le preoccupazioni]. Perfino Giovanni Pascoli, nella sua ode “A Ciapin”, scrive “Serba la tua purpurea Barbera”.

Paolo Monelli, nel suo “O.P. ovvero il vero bevitore” precisa che la Barbera “è uno dei pochi vini di sesso femminile”, anche se la descrive come “… il fante dei vini piemontesi, pista pauta e scaccianebbie, burbero, tutto vino, nel colore scuro, nelle macchie che fa sulla tovaglia, nell’afrore che dà al fiato, nel profumo forte…”

Quasi una doppia identità, quindi: maschia nel corpo, ma femminile nell’animo. Il Prof. Calosso sottolinea la doppia natura della Barbera: “… è un tipo di vino più maschio, benché il suo nome sia di genere femminile, e nessuno abbia il diritto di farlo maschile dicendo il Barbera, come dicono parecchi a torto. La maschia Barbera è di genere femminile tra gli indigeni e tale deve rimanere.” Anche il Di Rovasenda, studioso vissuto alla fine dell’Ottocento, e lo scrittore Mario Soldati, concordano con la teoria della Barbera al femminile.

Il Premio Nobel per la letterature Giosuè Carducci, definì la Barbera “generosa”, anche se in una lettera ad un’amica scrisse che “…quando ho l’onore di pranzare solo a solo con te: non va allora il Chianti e il Barbera è troppo duro”. Glielo perdoniamo volentieri, innanzitutto perché ad un Nobel tutto è concesso, e poi perché allo stesso Carducci si deve la versione definitiva del mito più bello del Monferrato, quella del suo fondatore, il leggendario Aleramo, e della sua cavalcata di tre giorni e tre notti per definire il territorio che sarebbe poi diventato il Marchesato monferrino (non a caso, noto ai tempi come Marca Aleramica). Anche lo scrittore piemontese Giovanni Arpino propende per il maschile: “Oso borbottare anche perché ormai gli stessi enologi borbottano. Altrimenti, dove si troverebbe il coraggio di parlare male del Barbera, del Freisa, del Barolo, del Barbaresco?”

Il grande Gianni Brera definì la Barbera “vino di tutti i giorni che può anche essere fenomenale”, mentre Aldo Gabrielli trovò una mediazione definitiva tra maschile e femminile: “Siamo nel buio più fitto…E allora, a mio avviso, non ci resta che accettare l’uso concordatamente femminile del luogo di produzione, tanto per il vitigno, quanto per il vino….Schieramoci dunque piemontesemente con ‘la’ Barbera, e che buon pro vi faccia”.

Non mancano citazioni sulla Barbera da parte di illustri personaggi. Così lo stilista Ottavio Missoni: ” Si deve sapere che è un vino importante, adatto a ruoli di primo attore”, mentre per Cesare Romiti “Ha recuperato l’immagine di quello che veramente è: un grande vino italiano”. Sempre andando a ritroso nel tempo, è interessante notare come il ruolo umile e proletario della Barbera sia stato sottolineato da un grande cantautore come Giorgio Gaber in ben due canzoni che la vedevano protagonista: ‘Barbera e Champagne’ e ‘Trani a gogò’.

Impossibile non citare, infine, il capostipite dei giornalisti nel vino in Italia: Luigi Veronelli. Sua è la frase “La Barbera, la prima, la più immediata nel ricordo è quella astigiana”.

In molte di queste citazioni si può notare un riferirsi alla Barbera come un vino popolare, dei contadini. E così in effetti fu per molti anni: veniva servita sfusa, in caraffa, nelle tipiche piole, e si contraddistingueva più per il corpo marcato (a volte in versione vivace, cioè frizzantina), per l’acidità spiccata, per il colore violaceo che macchiava le tovaglie, che per l’eleganza.

Una tendenza che la Barbera invertì dopo aver conosciuto il suo momento più triste: lo scandalo del vino al metanolo del 1986. Come solo i grandi sanno fare, dopo aver toccato il punto più basso la Barbera, punta nell’orgoglio, si risollevò. I vignaioli piemontesi parvero prendere coscienza del fatto che non si strattava solo di un vino da osteria, ma che poteva tranquillamente stare accanto agli altri nobili piemontesi. Iniziarono ad affinarla in legno e a commercializarla non più giovane, ma dopo anni di invecchiamento. Era nata la “Signora in Rosso”, elegante e misteriosa. Ovvero “la” Barbera come la conosciamo oggi.